giovedì 13 luglio 2017

Di notte (Esenin, Thom Jones, Paolo Mascheri, Salinger, Fine Before You Came)

...La luna è morta,
Alla finestra illividisce l'alba.
Ah, notte, notte!
Perché tanto scompiglio?
Sto col cilindro in capo.
Nessuno è con me.
Sono solo...
E lo specchio infranto...” (Sergej Esenin)

Stanotte, verso le 3, mentre non riuscivo a riprendere sonno e cercavo fra letto e divano di trovare l'ultima ora e mezza di tranquillità prima di prepararmi per andare al lavoro nella mia mente si confondevano varie immagini, ricordi, letture, pulsioni come la sfrontatezza di una portoricana che si era presentata al cinema vestita da pin-up per consegnare un curriculum e intanto che aspettava l'arrivo del direttore si era comportata da stupida con me chiedendomi di mettere una buona parola per la sua assunzione, la stessa poi che avrei rivisto nel pomeriggio fuori da un bar, senza i trentacinque centimetri di tacco e la minigonna, ma con lo stesso push-up scollatissimo, le stesse labbra a cuore vermiglio, la stessa sfrontatezza nel prendermi per il culo da marciapiede a marciapiede e intanto davanti alle mie dita si confondevano i racconti dell'ormai fuori catalogo "Ondata di freddo" di Thom Jones (Minimum Fax, traduzione di Martina Testa): 



Rimase steso al suolo per un momento. Il dolore era terribile ma la paura cominciò a svanire. In qualche modo aveva varcato una parta oltre la quale il dolore regnava ancora su di lui, ma la paura non più. Avrebbe voluto ritirare la preghiera. Gli sembrava il gesto più vigliacco di tutta la sua vita. Era stato un gesto di conciliazione, e in quanto tale contrario alla sua natura. Moses tentò di rialzarsi in piedi alla meglio, scivolando sul suo stesso sangue. Voleva andarsene a testa alta, con la pistola in pugno. Come Jesse James e Cole Younger. John Wesley Harding. Avrebbe potuto restarsene in Africa e diventare un novello Hemingway, invece del tipo di dottore che prescrive antidolorifici agli attori della TV. Porca troia! Mollò qualche altro cazzotto al sacco.
Il dolore gli si irradiava per tutto il braccio sinistro, paralizzandoglielo, ma Moses spinse avanti la testa e sferrò al sacco un paio di destri, poi la chela incandescente di aragosta lo strinse ancora di più. Il dolore era assoluto. Moses si accasciò in posizione fetale e lanciò un piccolo strillo involontario, come una donna. Cercò di rimangiarselo e di trattenerlo. Aveva paura che Linda lo sentisse. Lei era un dottore in gamba: aveva paura che potesse salvargli la vita.” (“Ooh Baby Baby”, pag. 166)

le pagine di “Poliuretano” di Paolo Mascheri (Pendragon)  e c'è così tanta bellezza in queste 108 pagine che resto sempre senza fiato tutte le volte che apro questo libro...


L'odore di resina usciva dalle bocchette del cruscotto. Ho guidato con prudenza. Ho sempre paura di bucare per queste strade deserte.
Ho parcheggiato e abbiamo imboccato a piedi il sentiero verso la spiaggia.
Ellì camminava dietro di me e io ogni tanto facevo finta di inciampare finché non si è aperta la spiaggia davanti a noi.
Il mare screpolava contro le scogliere.
Tutt'intono si innalzavano alti fusti di stramonio. Avevano dei frutti gialli simili a banane.
Ci siamo sistemati vicino ai bagnasciuga. Non c'era nessuno. Si intravedeva in lontananza su un pendio uno sciame di lavanda. Era tutto perfetto. Ho aperto lo zaino e ho aspirato l'odore del pane, di crema abbronzante all'olio di cocco e salsedine. Ellì si è stesa al sole. Il mare sfiorava i suoi piedi senza riuscire a bagnarli. Ho avuto per un attimo la sensazione che potessi rovinare tutto e l'attimo dopo mi sono odiato per questo.
Ellì si è addormentata. Ho guardato l'orologio. È l'una del giorno. Abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Spero che rimanga sereno. Spero non arrivi nessuno. Sono rimasto a guardare Ellì, la linea di pelle bianca non abbronzata a causa del reggiseno. Non c'era niente che potessi desiderare.” (“Compendio di anatomia umana”, pag. 108)

e poi ecco la figura in nero della  ragazza coi capelli rossi che spunta da dietro la tenda di un appartamento del palazzo oltre la strada seduta su una sedia in plastica a fumare a tutte le ore del giorno, annoiata, in lacrime e immancabilmente come tutte le notti, da 25 anni a questa parte, son finito per immedesimarmi in Seymour che vive qui, dentro di me, e non solo in “Un giorno ideale per i pescibanana” di Salinger:



Scese al quinto piano, percorse il corridoio ed entrò al numero 507. La stanza odorava di valige nuove e di acetone.
Il giovanotto guardò la ragazza addormentata su uno dei letti gemelli. Poi si avvicinò a una valigia, l'aprì, e di sotto a una pila di mutande e canottiere trasse una Ortgies automatica calibro 7,65. Fece scattare fuori il caricatore, lo guardò, tornò a infilarlo nell'arma. Tolse la sicura. Poi attraversò la stanza e sedette sul letto libero; guardò la ragazza, prese la mira e si sparò un colpo nella tempia destra.” (pag. 26)




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